I litigi di questi giorni all’interno della compagine di governo sulla riforma delle autonomie pongono l’occasione per trattare il tema delle “libertà” secondo una visione tradizionale che opporrebbe quelle concrete ─delle autonomie, della partecipazione dei corpi intermedi─ a quelle astratte ─dello Stato idealizzato e centralizzatore di fronte all’individuo.

Libertà concreta e libertà astratta

Il disconoscimento della realtà, della concretezza dell’uomo e della sua natura, determina la devastazione, con la repressione di ogni libertà. Ad ogni diversa concezione dell’uomo e del suo rapporto con Dio, corrisponde una diversa concezione della libertà.

La tradizione distingue i concetti di “libertà concreta” e “libertà astratta”, cui corrisponde l’alternativa tra “uomo concreto” e “uomo astratto”, tra storia e utopia. Secondo la filosofia illuminista, l’uomo deriva i suoi diritti inalienabili dal riconoscimento politico (più che da sé e dalla propria condizione di uomo), avendo, di fatto, disconosciuto ogni rapporto della creatura col suo Creatore (il disconoscimento della storia, d’altra parte, non è altro che questo, perché la storia parla dell’intervento divino) e, con ciò, disconosce anche ogni rapporto con la realtà concreta.

Il giusnaturalismo protestante si fonda sulla concezione dell’uomo astratto. La teoria del “buon selvaggio” – per cui, nello stato di natura, l’uomo è perfetto e così dovrebbe essere lasciato – contribuì alla leggenda nera sui soprusi spagnoli tra gli indios, considerati puri, onesti e giusti per antonomasia, contrapposti agli europei, agli occidentali, corrotti e pervertiti dalle società “civilizzate”. L’uomo astorico, buono per natura, è posto ben al di sopra dell’uomo civilizzato. La trasposizione giuridica di questa concezione, sarà l’uguaglianza, l’equiparazione di tutti gli uomini di fronte alla natura, in contrapposizione alla società civilizzata, figlia della storia, che invece stima gli uomini secondo i meriti di ciascuno. La democrazia elaborata da Rousseau non è altro che l’eliminazione della storia dalla politica e l’esaltazione dell’uomo astratto dello stato di natura sull’uomo concreto; è l’esaltazione della libertà astratta del selvaggio, col disprezzo delle libertà concrete nelle quali si estrinsecano le molteplici attività umane.

Il buon selvaggio da solo di fronte allo Stato

L’ottimismo antropologico portato fino alle estreme conseguenze, sostituisce il concreto con l’astratto, il reale con il nulla. La logica dell’ottimismo porta, ovviamente, al tradimento proprio di ciò che proclama, come è verificato nella storia, innanzitutto, nella storia della rivoluzione giacobina. Lo stesso Rousseau, dovette fare i conti con la situazione concreta della Francia reale, e trovare una formula politica – il “contratto sociale” – che permise di conservare la perfezione dello stato ideale della natura, nell’ambito delle strutture istituzionali francesi del XVIII secolo. Nella democrazia rousseauiana i membri della società continuano a godere della loro innata bontà, rinunciando alla libertà di cui godono come individui isolati, ma, come elettori, essi contribuiscono alla “volontà generale”, decidendo della vita collettiva. La “volontà generale” incarna la sovranità inalienabile, al di sopra della quale nulla ha né potere né diritti e pertanto è l’unica deputata ad essere di fronte agli individui.

Nessuna associazione intermedia deve esistere tra Stato e individuo e questo spiega l’accanimento dei giacobini nei confronti dei cosiddetti “corpi intermedi”, che avrebbero impedito il nudo dialogo dell’uomo (naturalmente isolato e buono) con lo Stato che incarna la “volontà generale”. D’altra parte, i corpi intermedi costituivano una eredità della storia, non della natura: quindi andavano considerati intrinsecamente cattivi. Con la legislazione rivoluzionaria si distrugge il passato, trionfa l’idea dell’uomo astratto, si concepisce solo la libertà con la “L” maiuscola, nel «vuoto solenne e magniloquente di una libertà garantita dalla natura dell’uomo buono propria dell’ottimismo antropologico».

Nella concezione cattolica e, più propriamente, nella concezione della filosofia scolastica, invece, si concepisce la libertà concreta, anzi si concepiscono “le” libertà dell’uomo concreto. Ancora una volta, il punto di partenza è la realtà nella sua complessità. E alla realtà in quanto tale si deve aggiungere la osservazione della stessa; in particolare, l’osservazione dell’uomo, che trova la sua perfezione nella realizzazione piena della sua essenza. La realtà dell’intero universo si sostiene secondo la diversità delle varie componenti che esistono e che trovano la loro manifestazione nell’operare. Posto che la natura specifica dell’uomo implica la sua naturale socievolezza, è parte della natura dell’essere umano la costruzione della società nel tempo con la conseguente edificazione della storia. L’uomo si caratterizza per la sua capacità di ricevere e trasmettere la storia, l’esperienza, la tradizione.

Risultato della storia e della tradizione sono le libertà concrete e politiche, che si distinguono dalla libertà astratta in diversi punti: 1) esse procedono dalla storia perché l’uomo è un essere concreto, non l’utopistico “buon selvaggio”; 2) si incarnano nei corpi intermedi, baluardi per difenderle nella concretezza della vita sociale; 3) non sono costruzioni sterili e vuote, incapaci di plasmare istituzioni convenienti, ma consistono in dati precisi, reali e vissuti; 4) sono al plurale, perché la storia è iscritta in fatti certi, come sono certe le attività umane. Si tratta, in sintesi, di quelle concretizzazioni dei diritti, che l’uomo può esercitare nelle diverse circostanze della vita, e che vanno dal suo concepimento quale essere vivente concreto, alla sua famiglia, all’istruzione, all’esercizio dell’attività lavorativa, ai rapporti sociali e religiosi.

Le libertà politiche nella tradizione: il caso dei fueros spagnoli

Su tali fondamenti fu edificata la serie di libertà concrete che chiamiamo fueros, proiezioni delle istituzioni politiche della visione dell’uomo concreto, figlia del giusnaturalismo cattolico, di cui la figura più grande fu san Tommaso d’Aquino. Il sistema dei fueros resistette in Spagna per molto tempo, nonostante l’imperversare degli assolutismi nelle varie “Spagne”; e dove resisteva, i popoli dimostrarono di comprendere la differenza tra “la” liberté propugnata dai giacobini e “le” libertà concrete cattolicamente intese e difese, spesso, con il sangue. Si trattava di leggi di origine consuetudinaria, tali da consentire una effettiva autonomia delle diverse comunità storiche, garanzia di libertà nei confronti dello Stato. Tra queste comunità vi sono le associazioni intermedie formate nel tempo e costituenti l’alveo nel quale l’uomo trovava sia la sua libertà sia il modo con cui tutelare questa. La parola castigliana fuero deriva da quella latina forum, luogo dove si amministra la giustizia, passando poi a designare le sentenze e, più tardi, le leggi speciali, particolari, di determinate città o di un ramo del corpo legislativo. Sono concretissime norme, che suppongono la visione dell’uomo concreto, con le sue libertà concretissime, che si esplicano nelle sue specifiche attività. I fueros sono la garanzia di libertà, cioè della sfera di azione dei diritti di ciascun uomo, secondo le proprie circostanze, e si inquadrano nell’ambito delle tradizioni del popolo. Questo sistema, che si fonda sulla concreta realtà degli uomini, tiene presente, appunto, la persona per quello che è e non l’uomo astratto della concezione ideologica e della concezione totalitaria. La prima vede l’uomo come individuo isolato dotato di una libertà astratta, che non trova difesa concreta perché nega la necessità di un alveo protettivo.

Per quanto l’uomo ideologico goda dell’uguaglianza con gli altri uomini, questa si risolve nel magro valore di essere elettori, nella ridicola facoltà di poter votare dopo aver perso ogni protezione reale di fronte al potere. La seconda concezione – quella totalitaria – prevede l’uomo astratto, uguale a tutti gli altri nella comune omologazione; l’uomo astratto dotato di una volontà che, per essere accettata, deve integrarsi nella “volontà generale”, esserne assorbita e, infine, scomparire. Così come è condannata a scomparire la sua libertà.

Ad una visione dell’uomo ancorata alla realtà, corrisponde una politica che garantisce, effettivamente, l’esercizio delle libertà, perché non pretende di essere la salvezza per l’uomo, non pretende di definire e regolamentare tutti gli ambiti della vita umana, ma si limita a consentire, con le sue istituzioni spontanee, che ognuno eserciti le sue naturali libertà.

Francisco Elías de Tejada

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