Nei giorni in cui nel dibattito politico si è tornato a parlare di beni comuni, complice il rilancio del DDL Rodotà, è utile rileggere un volume edito nel 2017 dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre dal titolo “Patrimonio Culturale. Profili giuridici e tecniche di tutela” e in particolare un saggio contenuto in esso a firma di Sergio Marotta, professore associato all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, dedicato alla lettura dei beni culturali come, per l’appunto, beni comuni. Una prospettiva laterale che, però, a partire dal caso specifico del patrimonio culturale offre diversi spunti di riflessione su una nuova concezione del diritto di proprietà, equidistante da quella statalista e da quella privatista. Una concezione nuova, quella dei beni comuni, o meglio rinnovata, perché, come sottolineato nella  trattazione, che si facciano risalire all’utilitas publica romana o alle forme medievali di proprietà divisa, “i modelli potenzialmente inquadrabili come «beni comuni» costituiscono, per un verso, il recupero di antichi istituti giuridici cancellati dalla modernità figlia dell’Illuminismo o, per altro verso, costituiscono le estreme propaggini di istituti di un lontano passato che hanno attraversato più o meno indenni secoli di storia e profondi mutamenti negli ordinamenti giuridici”.

Ma entriamo più a fondo nella questione, nella quale si intrecciano diverse tendenze: da una parte “quella che Saskia Sassen definisce «denazionalizzazione», cioè la ristrutturazione dei vecchi stati nazionali e delle vecchie burocrazie pubbliche che si limitano a svolgere un ruolo tecnico residuale per la realizzazione di politiche non più decise all’interno degli Stati nazionali”, dall’altro il fenomeno di “inversione semantica tra pubblico e privato in cui il privato, per la sua efficienza, economicità ed efficacia, vere o presunte che siano, diventa sempre più il nuovo pubblico, mentre il pubblico si segnala, nel nostro Paese, esclusivamente per la propria inefficienza” (almeno agli occhi dell’uomo comune, almeno dai tempi di Tangentopoli).

Il risultato ultimo – e nel testo sono dettagliati i passaggi logici e conseguenziali – è la trasformazione dei beni culturali, in gran parte di proprietà pubblica e considerati primariamente per il loro significato storico, artistico e paesaggistico, in beni economici, considerati come risorse da cui trarre profitto: non più segni tangibili di appartenenza territoriale e sociale ad un popolo e a una civiltà, ma merce di scambio in un mercato sempre più internazionale, da spremere il più possibile in ottica turistica (di pari passo procede lo smantellamento del sistema produttivo primario e secondario nazionale, contribuendo alla trasformazione del Paese in un enorme parco vacanze per i turisti di tutto il mondo) o, perché no, vendere al migliore offerente. La retorica della cultura come petrolio.

Un progressivo processo di depubblicizzazione, iniziato timidamente con la legge Ronchey del 1998 e la privatizzazione dei servizi complementari e proseguito ben oltre con “la ‘precipitosa’ valorizzazione finanziaria del patrimonio immobiliare pubblico, largamente costituito proprio da beni culturali, nel tentativo di porre rimedio ai problemi di un bilancio statale sempre più in rosso e di un debito pubblico sempre più alto”: fatevi un giro sul sito www.investinitalyrealestate.com e inorridite. “In sintesi, l’inefficienza generalizzata nell’utilizzo dei beni pubblici – molto spesso effettiva, talvolta soltanto presunta – e l’incapacità di produrre un effettivo ritorno di efficienza nel funzionamento della Pubblica Amministrazione in un paese come l’Italia, dotato di un inestimabile patrimonio culturale[pubblico e privato] diventa[no] la leva per introdurre l’applicazione di regimi di gestione diversi da quello della gestione diretta da parte dello Stato e degli enti pubblici preposti che aprono la strada anche alla possibilità di una loro valorizzazione esclusivamente finanziaria”.

Se queste sono le alternative, inefficiente gestione diretta dello Stato o privatizzazione del patrimonio pubblico, occorre imboccare una terza strada, che consiste nel “considerare i beni culturali come ‘beni comuni’”, ossia ponendo l’attenzione “su caratteristiche quali la necessaria fruibilità collettiva, l’accessibilità condizionata dalla necessità della tutela e della conservazione. I beni culturali vanno, cioè considerati come risorse collettive di cui può essere utile sviluppare forme di valorizzazione alternative alla sola privatizzazione, consistenti anche nella possibilità di una gestione auto-organizzata di tali beni da parte di una collettività individuata ricostituendo il legame tra i beni stessi e le comunità di riferimento. […] Considerare i beni culturali come beni comuni e individuare modalità di gestione da parte di chi attribuisce a tali beni il maggior valore possibile può essere il modo per ricostituire un legame diretto tra i beni e una possibile comunità di riferimento attraverso l’uso di una risorsa collettiva che continua ad essere intesa, sotto il profilo giuridico, in una logica non proprietaria, come un bene altrui perché appartenente a tutti”.

“Il comune potrebbe essere allora il modo per ridare vita a una nuova forma istituzionale, un pubblico non statale, che possa essere accettato anche da coloro che ritengano improponibile qualsiasi ritorno a un concetto classico dello Stato che dovrebbe essere confinato ormai nel ‘museo della storia’. Se ciò è vero, lo è a maggior ragione per i beni culturali che sono naturalmente ‘beni comuni’, nel senso che è necessario garantirne l’accessibilità e la non escludibilità tanto se di proprietà pubblica quanto se di proprietà privata in presenza di una gestione che non ne comprometta la tutela e che quindi finisca per comportarne una certa dose di escludibilità. Il modello potrebbe essere quello di alcune nuove forme di gestione di beni di proprietà pubblica che non trovano nel pubblico una loro allocazione efficiente o che siano lasciati in condizioni di abbandono dalla proprietà pubblica nella sua forma attuale e che potrebbero trovare forme di utilizzazione alternative rispetto alla sola valorizzazione finanziaria attraverso modalità costruite dal basso dalle comunità di riferimento dei beni stessi.[…] Esempi potrebbero ritrovarsi in alcuni regolamenti comunali per la gestione di beni di proprietà pubblica. […] In questo senso anche l’art. 24 dello Sblocca-Italia costituisce una timida, ma utile apertura a processi di valorizzazione di aree e beni immobili inutilizzati su progetti di singoli cittadini o di associazioni che in cambio ricevono riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. Si è parlato a questo proposito di «uso sociale» e di «baratto amministrativo».

In altre parole, la strada maestra, anche nel contesto specifico del patrimonio culturale, è sempre la stessa: l’impegno diretto e non mediato di una comunità e il suo legame identitario con il territorio e la sua storia.

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