“E’ una società folle quella che delega la produzione del cibo a dei sempliciotti” (M. Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, Adelphi).

Con l’estate è arrivato per migliaia di ragazzi il momento di scegliere la facoltà cui iscriversi e, quindi, il percorso da intraprendere per il proprio futuro, fra indecisioni e test di ammissione da preparare.

Una scelta sempre più difficile, anche per via di un’offerta formativa sempre più ampia, con decine e decine di nuovi corsi tra cui barcamenarsi. Uno sfondo su cui spicca un trend sempre più forte: l’aumento progressivo delle immatricolazioni in scienze agrarie, forestali e ambientali, cresciute del 72% nell’ultimo decennio. Incremento ancor più significativo se si pensa che negli ultimi anni si è assistito a fluttuazioni nel numero generale delle immatricolazioni universitarie, con cali anche significativi.

Neanche la crescita degli studenti di lingue e ingegneria informatica è riesce a equiparare quella delle facoltà di agraria, specie nelle università del nord e del centro Italia.

Se a questi dati si aggiunge anche il parallelo aumento di iscrizioni agli istituti professionali agricoli e agli istituti tecnici agrari, agroalimentari e agroindustriali, si capisce bene che siamo di fronte ad una tendenza strutturata, spia di un cambiamento profondo nella società italiana, specialmente in quella più giovane: sembra effettivamente che i giovani si siano finalmente accorti che oltre al mondo virtualizzante delle scienze delle comunicazioni e della sociologia esiste quello concreto e materiale dell’agronomia, anche perché “il settore agroalimentare sembra essere uno dei pochissimi a dare una visione di futuro e delle prospettive concrete” (parola di Sergio Marini, già presidente di Coldiretti). In altri termini, che il futuro di questo Paese passa (anche) attraverso il ritorno alla terra.

Lorenzo Morelli, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari dell’Università Cattolica spiega che tale incremento è favorito anche dalla possibilità di uno sbocco professionale internazionale e, al tempo stesso, sfata il mito di una facoltà tutta “maschile”, rilevando come le donne rappresentino, ormai, più della metà degli studenti totali.

“L’occupabilità- continua Morelli- nei primi mesi dopo la laurea è di circa l’86%, dato che nuovi settori come quello delle tecnologie per l’alimentazione o altri già consolidati come quello della consulenza sul marchio di qualità olio e vino stanno attirando sempre più giovani professionisti anche se si tratta di un dato valido per chi si laurea con una buona media e nei tempi”.

Le figure più ricercate, a suo parere, sono quelle dei tecnici di aziende che producono alimenti o impianti, tecnici di laboratori di controllo della qualità o nei comparti di meccanica agraria o alimentare. E si tratta di una richiesta che non coinvolge esclusivamente il mercato italiano, ma anche quello straniero.

La passione per il biologico, ormai diventata una vera e propria moda, ha poi portato molti neolaureati a dar vita ad aziende “a chilometro zero” (dove si effettua la vendita diretta di prodotti tipici territoriali senza il passaggio degli intermediari)fino ad attività “strane” e innovative: le fattorie didattiche, aziende agricole o agrituristiche che organizzano attività educative e ludiche per i bambini, e gli agri-asilo, dei veri e propri asili collocati all’interno di aziende agricole.

Un forte incremento si osserva anche tra gli immatricolati in Enologia e Viticoltura, dato che da sempre il vino rappresenta uno dei punti di forza della tradizione italiana, ed il settore continua ad offrire numerosi sbocchi lavorativi.

Eppure, molti giovani laureati italiani continuano a cercare e trovare lavoro all’estero, con un flusso di risorse umane e intellettuali che è spesso unidirezionale.

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