“Se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia”. Se Venezia muore, è come se l’arte (la bellezza) morisse, inaugurando la stagione di una decadenza che – a differenza di altre, nei secoli scorsi – difficilmente potrebbe essere superata, come scavalcando un cadavere.

È questa la chiusura della frase lasciata a metà nel titolo del pamphlet di Salvatore Settis, Se Venezia muore.

Potrebbe trattarsi di una decadenza senza ritorno: l’antefatto di un imbarbarimento definitivo i cui sintomi più che prodromici già squassano l’organismo di una civiltà sotto attacco. E non è una malattia misteriosa a insidiare il corpo di questa civiltà – Settis ce lo dice chiaramente – ma il combinato disposto di interessi particolari  (scandalosi) e di una ideologia fortissima che – nel tempo della cosiddetta morte delle ideologie – impone il dominio neoliberista della forma merce, la religione monoteistica del mercato. Che nel caso specifico di Venezia questa noxa patogena assume le forme specifiche e penetranti di una vincente e talebana monocultura del turismo che si sostituisce a tutte le altre, prendendo le sembianze di una modernizzazione che tutto travolge (interessi collettivi, storia, cultura e sanità pubblica) rappresenta un tratto distintivo locale, diciamo così una modalità speciale nell’aderire alla regola più generale del dover sottoporre tutto alla esigenze del mercato.

Manca, secondo l’autore, un fantastico e purtroppo inesistente “giuramento di Vitruvio”, che come per i medici quellodi Ippocrate, guidi architetti e urbanisti che dovrebbero trattare le città  alla stregua di un essere umano, fornito di anima e di corpo.

Le città infatti, nella propria struttura fisica e nelle architetture che le compongono, sono i contenitori di una realtà molto più complessa, che si esprime attraverso la interrelazione fra l’involucro – fisico appunto – e ciò che vi è contenuto in termini di vita umana. E cioè di umori e di amori, di tradizioni, desideri e tradimenti, di passioni tristi e gioiose, di rivolte e di rese: di un insieme di esperienze e accadimenti umani che nel complesso costituiscono l’anima della città. Ma c’è di più. C’è la consapevolezza che fra contenitore e contenuto esiste un nesso inscindibile, quasi una coincidenza che non autorizza, non permette cartesiane divisioni, come fra res extensa res cogitans. Le città sono fatte dalla vita e dalla storia delle persone non meno che dalle strade, i canali, i ponti, le piazze, gli edifici, le chiese che le compongono.

E così non si può non accogliere la proposta di Settis di considerare le città – Venezia in particolare – alla stregua di organismi viventi, fatti di anima e di corpo, ma in cui anima e corpo non siano separabili se non macchiandosi di una colpa gravissima, di un omicidio. È questo il reato osceno che rischia di essere perpetrato ai danni della città di Venezia: la separazione della città visibile (quella materiale, fisica, architettonica), da quella invisibile (è chiaro il rinvio alle città invisibili di Italo Calvino) che nella storia (nella memoria) e nella cronaca palpitanti delle vite dei suoi abitanti trova la sua ragione di essere, il suo fondamento ontologico.

Se tutto questo è vero, appare naturale e auspicabile che gli architetti (e gli amministratori) debbano interessarsi di Venezia a partire dall’insegnamento di Vitruvio, e della centralità rinascimentale dell’uomo inserito nella sua polis fare la propria bussola. Purtroppo lo sviluppo mostruoso delle megalopoli nel mondo non ha niente a che vedere con Vitruvio. E i pericoli che si sono risolti in vere e proprie condanne a morte per città come Singapore, Chongqing, Abu Dhabi, Dubai si addensano oggi come nuvole tossiche anche su Venezia. Basti pensare al progetto belga che alcuni anni fa alla Biennale proponeva di costruire un anello di grattaceli per proteggere la città lagunare e difenderla dalle sue acque (Aqualta 2060). O al MoSE e ai miliardi di danaro pubblico che ha risucchiato come un’idrovora scoperchiando la pentola, dal fondo vermicolare, della corruzione. O al progetto di una nuova grande opera, il porto off-shore da 2,8 miliardi di euro. O all’ipotesi di costruire un gigantesco grattacielo Cardin per vendere appartamenti dai quali si possa ammirare la veduta area della città lagunare. E così via bestemmiando.

Nel frattempo Venezia ha conosciuto il più grande esodo di veneziani che si ricordi, passando dai 129.971 del 1540 ai 56.684 di oggi in una città che straripa di turisti: per ogni persona che stabilmente vive in città ce ne sono circa seicento di passaggio! La monocultura del turismo è stata ed è capace solo di produrre ristoranti, alberghi, bed and breakfast, agenzie immobiliari, e negozi di cianfrusaglie turistiche. Senza considerare lo stupro inflitto dalle enormi e mostruose città galleggianti abitate da migliaia di turisti che sfiorano case e palazzi sul Canal Grande, la Giudecca e Riva degli Schiavoni.

Un quadro allarmante quello tratteggiato da Salvatore Settis, una denuncia appassionata e lucida che falsifica i miti taroccati della modernizzazione neoliberista e ci indica una prospettiva di riscatto. Che nessuno, tuttavia, ci regalerà. Mai come oggi difendere Venezia e questa prospettiva significa armarsi di una volontà resistente e combattiva. Una volontà che deve rimettere insieme masse di popolo ridivenute consapevoli, di questa come di altre questioni vitali per la difesa della democrazia.

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