Della crisi demografica italiana abbiamo parlato già più volte, ma a riaccendere i riflettori sulla questione è un’inchiesta pubblicata oggi dal Sole 24 Ore: “nell’Italia del 203-40, quella in cui compirà vent’anni il neonato evocato dal presidente Vincenzo Boccia nell’ultima assemblea di Confindustria, ci saranno 18,8 milioni di cittadini con 65 anni o più, bsecondo le proiezioni Istat, 5 milioni in più di oggi”.

Il che equivale a dire che la popolazione in età da lavoro (15-64 anni) si sarà ridotta di 5 milioni (33,7 milioni). E questo al netto dell’apporto dei flussi migratori, con buona pace di chi ne parla come di risorse indispensabili per l’economia e la demografia italiane.

Ed è vero che un trend simile investe tutti i Paesi europei, ma l’Italia – una volta tanto, purtroppo – corre più veloce degli altri: se tra 25 anni gli over65 in Europa saranno il 28% della popolazione, nel Belpaese toccheranno il 33% del totale.

Altre cifre. Il rapporto percentuale tra over65 e under15 (ageing index, in temini tecnici) è già salito al 165%, mentre l’indice di dipendenza strutturale (il rapporto tra la popolazione in età non lavorativa sulla popolazione in età da lavoro) salirà in vent’anni attorno all’80%. Cifre simili a quelle del 1911, con la differenza sostanziale che allora il tasso di dipendenza strutturale era segnato dagli under15 e non dagli over65, come oggi.

Se passiamo poi a considerare i numeri dei posti di lavoro, la crisi si fa nera. oggi gli occupati giovani (tra i 15 e i 34 anni) sono passati in venti anni dal 46,4% del totale dei coetanei al 40,8% (5 milioni e rotti su un totale di 12,5 milioni).

“Serve una presa di coscienza culturale, capire che avere un bambino non è solo un fatto privato di una famiglia ma un contributo alla crescita di un Paese”, scrive Antonio Golini, demografo coautore di Italiani poca gente. E noi non possiamo che accodarci alle sue parole.

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