Ridisegnare l’Europa. Il ruolo delle macroregioni.

Una delle sperimentazioni interessanti nel percorso di costruzione di un’“Europa sopra le nazioni” è la configurazione delle macroregioni europee. Non nuovi stati, tanto per essere chiari, che ridisegnino l’Europa secondo la potenza economica di aree regionali (come pensano i leghisti), bensì aree che includono – per stare alla definizione che ne ha dato la Commissione Europea – territori di diversi paesi o regioni associati da una o più sfide o caratteristiche comuni, geografiche, culturali, economiche o altro. In altre parole nuovi assetti regionali sovranazionali cui possano corrispondere altrettanti ambiti di coordinamento istituzionale.

L’Europa in questo modo si può ridisegnare attraverso gli ecosistemi, oltre cioè gli idiomi, le culture o ciò che la storia ha riservato alle popolazioni e che hanno concorso alla formazione degli stati nazionali. Perché sappiamo bene come i territori della montagna, piuttosto che le aree rivierasche o altro ancora, possano essere accomunate da problematiche simili o interdipendenti che potrebbero trovare risposte in politiche unitarie sovranazionali o anche semplicemente nel coordinamento interregionale.

In questo quadro sono nate ufficialmente due macroregioni europee. Quella danubiana, adottata nel 2011, che coinvolge popolazioni e territori di nove Stati membri dell’UE (Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Bulgaria, Romania e Croazia) e cinque Paesi extra-UE (Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Ucraina e Moldavia). Manca l’Italia e non si capisce perché visto che di questo ecosistema fa parte anche la nostra regione (la Drava nasce in Sud Tirolo). E quella baltica, adottata nel 2009, che raggruppa otto Stati membri (Svezia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania e Polonia). Altre sono in via di definizione (la macroregione adriatico-ionica e quella alpina) o semplicemente in fieri (penso all’area mediterranea, al Mar Nero, alle regioni atlantiche).

Il fatto che di queste aree macro-regionali facciano parte sia stati membri dell’Unione che stati che ancora non lo sono, lascia delineare una strategia di allargamento che passa attraverso politiche comuni costruite a partire proprio dal coordinamento delle autonomie locali. Ovviamente purché questo avvenga, tenendo conto che spesso abbiamo a che fare con paesi fortemente centralistici. Oppure con regioni nelle quali – è il caso della macroregione alpina – è la pianura a governare la montagna, esprimendo con ciò interessi talvolta confliggenti.

Altre forme minori di aggregazione possono nascere come è avvenuto con i Gect, i gruppi europei di cooperazione territoriale, quali strumenti di cooperazione a livello comunitario i quali consentono a realtà territoriali di attivare progetti cofinanziati dalla Comunità. Quella dell’Euregio Tirolo è una di queste esperienze. O che potrebbero nascere semplicemente per la scelta di territori di costruire nuovi ambiti di coordinamento e di dialogo come nel caso di una ipotetica Regione delle Dolomiti.

Come si può comprendere, questa sperimentazione può nascere attraverso una strategia europea (del Consiglio Europeo come è stato nel caso del Baltico o del Danubio), ma anche dal sentire delle regioni interessate nel coordinare le politiche di valorizzazione e sviluppo territoriale. Quella stessa fantasia politico-istituzionale che avrebbe aiutato la risoluzione di situazioni acute di conflitto come quelle che abbiamo conosciuto nell’area balcanica (pensiamo al Kosovo il cui status, nonostante il riconoscimento di circa novanta paesi, per le istituzioni del diritto internazionale ancora non esiste) o quell’ancoraggio internazionale che nel secondo dopoguerra è stato decisivo per la soluzione della questione sudtirolese.

Fantasia, certo. Anche così nasce l’Europa politica.

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