Mai nessuno ha avuto i mezzi o il coraggio per censire le aree industriali dismesse: si tratta, d’altronde, di un compito immane, considerato che, secondo i dati dell’ISTAT riferiti al 2012, tali aree rappresenterebbero circa il 3% dell’intero territorio nazionale, coprendo un’area di 9mila chilometri quadrati, pari a quella dell’intera Umbria. Oltre tutto, il 30% delle aree dismesse è collocata in ambito urbano.

Una bomba ecologica pronta ad esplodere oppure un patrimonio da recuperare e rivalutare, con ricadute di carattere economico e sociale tanto positive quanto evidenti? La risposta varia in base alla latitudine: al Nord le azioni di recupero sono agevolate dall’appetibilità economica delle aree dismesse e dalla presenza di una classe imprenditoriale pronta a sostenere costi e rischi dell’operazione, al Sud, al contrario, sono ostacolate dall’assenza cronica di condizioni favorevoli e sono pertanto rimesse alla volontà e alle capacità delle singole Amministrazioni locali di reperire i finanziamenti necessari e favorire la collaborazione dei vari soggetti coinvolti.

È per questi motivi che, sull’esempio francese, occorre istituire a livello nazionale un fondo di rivitalizzazione, finalizzato esplicitamente a sostenere gli interventi di recupero e riqualificazione delle aree industriali dismesse. Ma non basta: occorre escludere dal patto di stabilità interno gli investimenti effettuati con questi scopi dagli enti locali e, parallelamente, prevedere un credito di imposta per le imprese che effettuano investimenti di riqualificazione o riconversione di aree industriali dismesse al fine di eleggervi la propria sede.

Per gli enti locali uno strumento utile alla progettazione di interventi di riqualificazione delle aree industriali dismesse è quello del fondo di rotazione per la progettazione, già sperimentato in alcune regioni italiane, tanto al Nord quanto al Sud. Si tratta, in altre parole, di istituire presso ogni Regione un fondo per concedere agli enti locali anticipazioni finanziarie per la progettazione preliminare, definitiva o esecutiva di opere pubbliche e per finanziare concorsi di progettazione e concorsi di idee, in un sistema a somma zero. Poiché gli enti locali sono infatti tenuti a restituire la somma ricevuta, il sistema non costituisce un aggravio finanziario per le casse regionali; allo stesso tempo, e al contrario, costituisce un incentivo per i comuni e gli altri enti ad utilizzare e sfruttare fino in fondo i contributi europei: in sintesi, il comune riceve dalla Regione un anticipo per la progettazione di un’opera pubblica, ottiene il finanziamento europeo per la sua realizzazione, restituisce l’anticipo ed esegue l’opera.

Le ricadute positive degli interventi di riqualificazione vanno ben oltre il recupero del singolo sito perché attraverso di esso si procede a recuperare territori già urbanizzati – oltre tutto, per natura, in posizione strategica vicino ai centri storici e/o alle reti infrastrutturali –  e quindi a frenare i processi di estensione e diffusione urbana, riducendo il consumo del suolo e mantenendo la città “compatta”, con ulteriori benefici a cascata, più o meno diretti: riduzione del traffico veicolare e quindi dell’inquinamento, riduzione dell’impatto ambientale del sistema edilizio tamite il recupero delle costruzioni esistenti, aumento degli spazi verdi come spazi pubblici a valore ambientale e sociale…

istituire un fondo di rivitalizzazione, finalizzato a sostenere gli interventi di recupero e riqualificazione delle aree industriali dismesse e un credito di imposta per le imprese che effettuano investimenti in queste aree al fine di eleggervi la propria sede.

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