Se non vogliamo rassegnarci ad un futuro fatto di paesi abbandonati, periferie senza negozi e centri invasi da monomarca di brand globalizzati, occorre difendere le attività di artigianato e i piccoli esercizi commerciali dalla concorrenza sleale della grande distribuzione organizzata e dell’e-commerce: insieme al lavoro degli esercenti, salveremo il tessuto sociale e la vivibilità delle nostre città.

 

La grande distribuzione organizzata e le vendite online hanno colpito e stanno colpendo duramente il commercio di prossimità, infliggendo colpi spesso mortali non solo al tradizionale tessuto commerciale italiano – basato sui negozi di vicinato – ma anche alla vivibilità dei centri urbani – specie di quelli più piccoli – di cui gli esercizi commerciali costituiscono la ricchezza e l’anima viva. Aprire nuovi centri commerciali e chiudere le serrande non significa soltanto mandare a casa migliaia di lavoratori (e intere famiglie, laddove i piccoli esercizi sono spesso a conduzione familiare), ma significa anche disgregare il tessuto sociale delle città e dei paesi, azzerare il loro potenziale turistico e ricettivo, condannarle all’abbandono e alla desertificazione.

Le cifre sono impietose. Secondo la CGIA in dieci anni, tra il 2009 e il 2019, in Italia hanno chiuso 178.500 aziende e botteghe artigiane (1 su 10) e quasi 30.000 negozi (il 4% del totale, circa). In altre parole, ogni giorno più di 50 serrande si abbassano e non si alzano più, senza particolari differenze tra Nord e Sud: la maglia nera per l’artigianato e quella per il piccolo commercio spettano rispettivamente alla Sardegna e alla Valle d’Aosta. Ad aggravare una situazione già grave, la crisi da COVID-19 che ha ridotto drasticamente le vendite con tassi che durante il lockdown hanno raggiunto punte del -26,3% su base annua (ad aprile 2020), ma che a distanza di mesi restano di segno negativo (-7,2% su base annua nell’ultima rilevazione ISTAT, a luglio).

Il virus, però, non è il solo colpevole. Più di lui e prima di lui hanno fatto conoscere i propri effetti negativi l’aumento della disoccupazione che ha condizionato i consumi, le difficoltà a fare impresa per la troppa burocrazia e il peso fiscale insostenibile e la difficoltà ad accedere al credito. Ma più di tutto hanno potuto i centri commerciali e l’e-commerce: nel 2019, mentre le vendite dei piccoli negozi scendeva dello 0,6%, quelle nella grande distribuzione salivano dell’1,8% e quelle online crescevano addirittura del 16%.

I grandi centri commerciali e i colossi del web stanno ridisegnando la nostra società, il nostro territorio e i nostri spazi urbani: mentre le città  crescono a dismisura e si moltiplicano i poli commerciali che sottraggono sempre più spazio alla natura e soffocano le campagne sotto distese di parcheggi, magazzini e tangenziali, borghi e paesi, già spopolati, rischiano la desertificazione definitiva; mentre nelle periferie gli italiano chiudono i propri e proliferano i minimarket stranieri al limite della legalità, i centri storici sono occupati da multinazionali e monomarca di brand globalizzati.

In una fase di contrazione dei consumi come quella attuale, occorre, quindi, che i governi e le amministrazioni intervengano con maggiore decisione sia per tutelare e incentivare gli artigiani e i piccoli esercizi commerciali con interventi e detrazioni ad hoc sia per contrastare i loro concorrenti, limitando la proliferazione delle grandi strutture di vendita e dei centri commerciali e riformando la web tax per garantire la leale concorrenza tra i canali di distribuzione. Come già sperimentato da alcune amministrazioni virtuose, è necessario quindi sospendere le autorizzazioni alla costruzione di nuove superfici di vendita sopra i 10mila metri quadrati e aggiornare le linee guida per l’esercizio del commercio nei centri storici, anche rivedendo la liberazione delle licenze firmata da Bersani nel 2006 che ha di fatto ridotto il controllo dei comuni sulla disciplina del commercio di vicinato.

In prima linea sono chiamate necessariamente le amministrazioni comunali alle quali si chiede di mettere in campo azioni e strategie concrete della più varia natura. Si può, infatti, pensare a contributi per le spese di investimento finalizzati a incentivare l’impianto di negozi e attività di somministrazione nei locali sfitti dei centri storici, oppure a forme di riduzione o esenzione del canone per occupazione di suolo pubblico nelle zone a rischio di desertificazione commerciale e nelle zone da riqualificare. È una battaglia che passa anche attraverso piccole azioni concrete, dalla disciplina degli orari di apertura al pubblico alla regolamentazione dei parcheggi a pagamento e delle aree pedonali, ma è una battaglia che non può essere persa.

Incentivare l'impianto dei negozi di vicinato nei centri storici e nelle zone da riqualificare e limitare la proliferazione dei grandi centri commerciali e la concorrenza sleale dei colossi del web

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