La filiera produttiva del settore agro-alimentare e la grande distribuzione hanno tagliato fuori dal mercato i piccoli produttori e inflitto gravi danni alla biodiversità e alla sicurezza alimentare. Occorre perciò accorciare le filiere e avvicinare produttori e consumatori, per ridare dignità al lavoro degli agricoltori e dei lavoratori e capacità di spesa ai cittadini-consumatori.

Negli ultimi decenni il sistema agroalimentare, in Italia come nel resto dell’Occidente, si è strutturato intorno alla grande distribuzione e a quelle che vengono definite “filiere lunghe”, vale a dire processi di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti alimentari che prevedono un numero sempre maggiore di passaggi e di soggetti coinvolti, per lo più imprese di grandi dimensioni che operano su mercati globali.

Semplificando non poco, gli agricoltori producono le materie prime, che vengono trasformate in prodotti alimentari da grandi industrie multinazionali che vendono i propri derivati a grandi centrali d’acquisto cui fanno capo le principali catene di supermercati e ipermercati. Una catena da cui sono tagliati fuori i produttori più piccoli, poco competitivi e incapaci di garantire le quantità, gli standard e i ritmi produttivi richiesti dal mercato. Allo stesso tempo, la filiera lunga a portato ad un rapido impoverimento della diversità biologica e culturale, omologando le colture agricole intorno a un ridotto numero di varietà coltivale o allevate (selezionate più per la resa quantitativa che per le qualità organolettiche) e appiattendo i gusti e i consumi dei consumatori, cancellando le identità agroalimentari gastronomiche dei contesti locali. Da ultimo, la complessità dei processi di produzione e trasformazione degli alimenti, impedisce al consumatore di conoscere e controllare l’origine e le modalità di lavorazione di ciò che beve e mangia. Se è vero che l’uomo è (almeno in gran parte) ciò che mangia, il danno non può essere sottovalutato.

Per invertire la rotta e ricondurre gli agricoltori, gli allevatori e i pescatori (e i loro prodotti primari) al centro del sistema agro-alimentare, per restituire visibilità e dignità al loro lavoro e tutelare la biodiversità, è necessario accorciare drasticamente la filiera, valorizzando i prodotti “a chilometro zero”, i soli che possono soddisfare sia i bisogni di qualità alimentare dei cittadini sia le necessità di sostenibilità ambientale. Dal lato del consumatore, una filiera più corta significa maggiore freschezza dei prodotti e maggiore informazione sulla loro tracciabilità, la loro qualità e il loro controllo igienico. Senza dimenticare il minore impatto sull’ambiente.

Per incentivare la formazione di filiere corte, è necessario che lo Stato e gli enti locali intervengano per valorizzare la produzione agricola locale, non solo con campagne di comunicazione e sensibilizzazione, ma anche e soprattutto con interventi diretti. Così, è necessario, ad esempio, garantire l’utilizzo di prodotti “a chilometro zero” nei servizi di ristorazione collettiva e nelle forniture di prodotti alimentari gestiti dagli enti pubblici, prevedendo di affidarne gli appalti alle imprese che garantiscano l’utilizzo di questi prodotti per almeno un terzo del totale. Parimenti, si devono prevedere incentivi a favore degli operatori del settore della ristorazione, della ricettività e della distribuzione che assicurano una soglia minima di prodotti a chilometro zero.

Gran parte del lavoro, però, deve essere necessariamente svolto sul territorio dalle singole regioni e dalle singole province, cui è demandato il compito di creare e diffondere marchi e segni distintivi per certificare la provenienza dei prodotti e delle attività che ne fanno uso e quello di informare i cittadini sulle iniziative di promozione dei prodotti “a chilometro zero” e sulle imprese che producono, vendono o utilizzano tali prodotti. Il primo – e forse l’unico – strumento su cui fare leva per accorciare le filiere produttive resta infatti lo sviluppo di una coscienza collettiva dell’importanza di consumare prodotti tipici del territorio, freschi e salutari, nel rispetto dell’ambiente e del lavoro di chi li produce.

Valorizzazione della filiera corta e istituzione di una quota obbligatoria di prodotti a chilometro zero negli appalti di fornitura per mense di scuole e enti pubblici.

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