Estratto dal libro “La libertà dell’ordine” di Gustave Thibon

È una banalità constatare che le persone non sanno più ubbidire: i figli ai genitori, gli studenti ai professori, i cittadini allo Stato, ecc. Ma sono forse in grado di comandare in maniera migliore? Altro luogo comune è lagnarsi che i veri capi – cioè gli uomini capaci di prendere una decisione e assumersene le responsabilità – stiano diventando sempre più rari. Il vecchio imperativo: «Nella vita bisogna tuffarsi ha ceduto il posto al riflesso della fuga: «Prima di tutto, non bagnarsi».

Scriveva profeticamente Nietzsche circa cento anni fa: «Nessuno più vuole comandare, nessuno più vuole obbedire: sono due cose troppo difficili». Diciamo piuttosto che si rivelano difficili, se non impossibili, nella misura in cui si elimina, dalle istituzioni come dai costumi, quel patto sociale spontaneo che rappresenta il fondamento comune dell’autorità e dell’obbedienza. Il vero leader infatti non detta legge secondo quanto gli passa per la mente, per il solo gusto del comando. Ordina quanto giudica necessario per il buon funzionamento dell’organismo sociale, al quale è vincolato come la testa è saldata al corpo, e il cui interesse coincide con il proprio. Allo stesso modo chi obbedisce acconsente liberamente a una disciplina di cui riconosce interiormente i benefici. In altri termini, autorità e obbedienza scaturiscono dal medesimo principio: l’adesione a una necessità superiore in seno alla quale gli uomini, quale che sia il loro rango o la loro funzione, si sentono solidali e responsabili gli uni degli altri.

In passato ho introdotto la nozione di comunità di destino per designare l’ambiente sociale in cui gli individui, imbarcati sul medesimo vascello, si dirigono verso lo stesso obiettivo condividendo speranze e rischi della traversata. Laddove esistono simili gruppi autorità e obbedienza non pongono problemi. Prendiamo un esempio limite: in una comunità accidentale ed effimera come quella formata da passeggeri ed equipaggio di un aereo di linea nessuno contesta le manovre del pilota né, in caso di pericolo, le consegne delle hostess.

Lo stesso accade in una famiglia unita, in un’impresa animata da leader immediatamente presenti, alla mano e responsabili, in una scuola dove professori e allievi intrattengono scambi diretti e personali, in uno Stato ben strutturato, ecc.

Il disagio inizia a manifestarsi nel momento in cui il rapporto tra interesse personale e interesse generale non viene più percepito con chiarezza da ogni membro della comunità. Allora la società si fraziona in individui o gruppi di pressione dagli interessi divergenti, che non possono conciliarsi se non attraverso compromessi traballanti e sempre rimessi in questione. Il pesce marcisce dalla testa» afferma un proverbio orientale. Detto in altro modo, la prima responsabilità della crisi dell’obbedienza ricade sugli elementi dirigenti.

È nelle famiglie disunite, dove i genitori non rispettano la legge fondamentale della coppia, che incontriamo la maggior parte dei figli refrattari e rivoltosi. È all’interno di quei colossi imprenditoriali, e in particolar modo negli iperorganismi statali dove capi distanti e irresponsabili non condividono più il destino dei lavoratori, che più dilaga l’agitazione sociale. Di recente ho menzionato il caso di quei minatori svedesi che hanno scatenato uno sciopero “─irrazionale” non soltanto a contrasto delle direttive padronali: anche contro i propri sindacati─ semplicemente perché stanchi di essere comandati con l’ausilio di computer anziché da uomini.

È in una università come quella di Nanterre, dove migliaia di studenti privi di contatto reale con professori paracadutati da Parigi si sono acquartierati in una sinistra banlieu, che la contestazione ha raggiunto il culmine. C’è chi invoca l’influenza dei professionisti della sovversione, ma un simile ambiente fornisce loro il brodo di coltura ideale. La crisi è stata sentita assai meno nelle università delle piccole

cittadine di provincia… E in politica? Chi mai oserebbe affermare, senza suscitare ilarità, che esiste qualche legame organico tra un deputato e i suoi elettori? Questa è anche una delle principali ragioni dell’agonia del senso civico… In una temperie siffatta l’uomo non ha altra scelta che quella tra la rivolta e un obbedienza passiva. Entrambe del resto operano in concomitanza: la rivolta contro le autorità naturali decadute e l’obbedienza servile nei confronti delle false autorità. È noto infatti che i nostri sedicenti ribelli obbediscono, in alcuni campi, con docilità esemplare. Ma a chi e a che cosa?

Le donne emancipate, “decolonizzare”, che anelano ad affrancarsi dal matrimonio e dalla maternità, non contestano certo l’autorità delle mode più stravaganti. Se è il caso, esse esagerano all’eccesso in cattivo gusto…

Si ricusano le tradizioni ma si ubbidisce alla propaganda: qualsiasi assurdità opportunamente orchestrata attira le folle dietro di sé. Si desacralizza” la religione, ma si adorano i “mostri sacri” della canzone o dello schermo. E che dire del potere esorbitante degli agitatori rivoluzionari a riguardo di masse cieche e teleguidate?

E la cosa peggiore è che un tale groviglio di schiavitù, in cui il riflesso condizionato si sostituisce al pensiero e al sentimento, dà illusione, per via della sua varietà e mobilità, della spontaneità e della libertà di scelta. La marionetta si crede più libera perché mani estranee tirano le sue fila in ogni direzione. Si obbedisce sempre: occorre scegliere tra l’obbedienza del membro vivente al principio interiore che assicura l’unità dell’organismo e la docilità della polvere al vento che la trascina via.

Di qui l’urgenza di restaurare, nello spirito degli uomini, il principio comune dell’autorità e dell’obbedienza. In una società sana, le nozioni di capo e subordinato sono assai relative e corrispondono alla medesima finalità. Ognuno è capo nel senso che ciascuno è responsabile di se stesso e dell’incarico – per quanto umile possa essere – che la comunità gli ha affidato. E ognuno è subordinato nel senso che ciascuno, compresi i capi più grandi, è al servizio del bene comune.

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