Sono trascorsi non più di 125 anni dalla promulgazione della De Rerum Novarum (“Delle cose nuove”) un’enciclica sociale promulgata nel 1891 da Papa Leone XIII con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e fondò la moderna Dottrina Sociale della Chiesa, che trova le proprie radici nella esperienza storica del monachesimo benedettino (con il suo ora et labora) incrociata con la corrente filosofica del Personalismo Economico, e che fu poi ulteriormente sviluppata nel corso del ‘800 dalle Encicliche successive quali la Quadragesimo Anno di Papa Pio XI, nella stessa epoca in cui dominavano le posizioni ormai dogmatiche del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e del Saggio sulla libertà di Mill, specchio delle posizioni sociali e politiche dei principali schieramenti della società moderna e poi nel ‘900 con la Mater et Magistra di Papa Giovanni XXIII, la Populorum Progressio di Papa Paolo VI e la Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II.

L’originalità dell’enciclica consiste nella sua mediazione ideologica in cui Papa Leone XIII si pose esattamente a metà strada fra le parti, tra socialismo laicista e capitalismo selvaggio.

Da questa geniale rivelazione del Pontificato ottocentesco insorse la forte volontà sociale di mettere in applicazione i principi dispiegati nella Dottrina Sociale della Chiesa e così venne elaborata la Teoria filosofica, politico, economica e sociale del Distributismo, noto anche come Distribuzionismo, formulata da alcuni pensatori cattolici quali Gilbert Chesterton, padre McNabb e Hilaire Belloc.

Il principio fondamentale del Distributismo, è che la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, spingendo verso una proprietà diffusa e non concentrata nelle mani di pochi, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello stato (come vorrebbe il Social-comunismo che non permette alle persone di possedere proprietà) o di pochi privati facoltosi (come nel Capitalismo che permette a pochi di possedere (come inevitabile risultato della competizione selvaggia), come sintetizzato da Chesterton: “troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti”.

Il Distributismo promuove innanzitutto la distribuzione dei beni e dei mezzi di sostentamento e cerca di consentire che la maggior parte delle persone diventino proprietarie dei mezzi di produzione; questa più ampia distribuzione non si estende a tutti i beni, ma solo a mezzi di produzione e di lavoro, la proprietà che produce ricchezza, cioè, le cose necessarie per l’uomo per sopravvivere, come la terra, le fabbriche, i laboratori, ecc., ma anche la casa, fondamentale per la vita stessa dell’uomo e della famiglia. Secondo la definizione di Hilaire Belloc, lo “Stato distributivo” (lo Stato che attua il Distributismo) consiste in “un agglomerato di famiglie di diversa ricchezza, ma di gran lunga con il maggior numero di proprietari dei mezzi di produzione”.

Con questo sistema, la maggior parte delle persone sarebbe in grado di guadagnarsi da vivere senza dover dipendere dall’uso della proprietà altrui, un esempio concreto di questo modello economico-sociale è quello tipico degli agricoltori che possiedono la loro terra e le relative macchine (oppure in consorzio con altri agricoltori); e di tutti gli altri lavoratori autonomi e professionisti che possiedono i propri strumenti di lavoro; un altro esempio concreto è quello del modello cooperativo già ampiamente storicizzato dove beni di produzione e attrezzature sono in co-proprietà, in comunità locali più grandi di una famiglia, ad esempio, o in altre forme di partnership oppure in consorzio, pur sempre permanendo in una forma di indipendenza aziendale.

Rispetto alle Banche il Distributismo favorisce l’eliminazione dell’attuale sistema bancario, o in ogni caso, la sua rielaborazione, non la nazionalizzazione, ma la sua necessaria sottomissione all’interesse generale, ad esempio tramite accordi fiscali finalizzati all’incentivazione della produzione a favore dei creditori tramite la proposta monetaria fondata sul concetto di Credito Sociale e lo sviluppo della Fiscalità Monetaria. Dalla separazione tra capitale e lavoro ha avuto origine il denaro-debito, un tipo di denaro cioè, unico nella storia, in grado di moltiplicarsi da solo. Svincolandosi il denaro-debito da qualsiasi riferimento ad una riserva aurea, il denaro è diventato fiat money moneta legale o moneta a corso legale, cioè puro elemento virtuale in grado di auto-prodursi, con la quale si intende uno strumento di pagamento non coperto da riserve di altri materiali preziosi (riserve auree), e quindi privo di valore intrinseco (anche indiretto). La moneta legale, tipicamente sotto forma di banconote o di monete in metallo non prezioso, ha un valore grazie al fatto che esiste un’autorità (lo Stato) che agisce come se avesse questo valore.

Per questo il Distributismo propone l’abolizione del denaro-debito bancario e l’introduzione della proprietà popolare della moneta, mediante una specifica legislazione distributista che favorisca l’unione tra capitale e lavoro e la creazione di comparti socio-lavorativi di settore che decidano tutte le questioni più importanti della sfera socio-lavorativa e l’incremento dell’autonomia economica delle famiglie.

Oltre ad essere socialmente e moralmente ingannevole, l’attuale finanziarizzazione della moneta è anche economicamente insostenibile – sosteneva Chesterton nel 1917 – che: “solo una ripartizione equilibrata delle risorse consente la stabilità e la prosperità dell’economia, una situazione cioè in cui ci sarà sempre chi può comprare e chi può vendere, e quindi un costante alto numero di scambi commerciali e di servizi…i banchieri usurai, sono riusciti, con strumenti convenzionali privi di logica e di senso comune, a creare un mondo artificiale staccato dalla realtà, in cui l’ordine naturale delle cose si è rovesciato e l’uomo si è ritrovato asservito dell’economia, l’economia asservita al denaro”.

Non è il mercato il punto focale secondo i Distributisti non è il mercato ed il valore nominale delle merci ma la produzione ossia il valore delle merci si adeguerebbe alle mutate condizioni della domanda-offerta.

Le differenze tra economia commutativa (quella attuale) ed economia distributiva sono radicali, nella prima le gerarchie sociali non sono basate sul merito e sulle capacità personali ma sulla furbizia, sulla prevaricazione e sui beni ereditati. Inoltre, se è vero che nel Capitalismo ogni centro di produzione è di proprietà di una persona (il capitalista) o di una società di persone (capitaliste) molto spesso o quasi sempre estranee alla produzione stessa, mentre la produzione è affidata a lavoratori dipendenti, e nel Comunismo la proprietà è sostituita dallo Stato e viene gestita tramite burocrati di nomina politica, il Distributismo non attua il suo progetto per esproprio ma mediante proibizione legislativa del lavoro salariato e la concessione del cd. Credito sociale da parte dello Stato per dare la possibilità a tutti i lavoratori di acquistare quote sociali in partecipazione aziendale con una forte partecipazione elettorale alle gerarchie produttive e nella divisione dei guadagni secondo principi corporativi e meritocratici possibilmente con il frazionamento della produzione in tante piccole società, consorziate in grandi aziende e riunite in corporazioni secondo specializzazione; le tasse verrebbero abolite e sostituite da un sistema di credito sociale-assicurativo, ogni nuovo lavoratore entrante acquisterebbe le quote sociali da un lavoratore pensionato e così via a seguire, il pagamento delle quote sociali costituirebbe il fondo pensione.

Come nelle attuali società di libero mercato la Teoria Distributiva ammette il diritto alla proprietà privata, la libertà di iniziativa economica, il rispetto della legge domanda-offerta e della libera concorrenza. Il Distributismo inoltre vede la famiglia biologica come l’istituto fondamentale, di carattere educativo, giuridico ed economico, per il risanamento della società come la principale unità sociale di ordine umano e la principale unità di tutto il funzionamento distributista; questa unità è anche la base di una famiglia estesa multi-generazionale, mirando a garantire che la totalità delle famiglie, piuttosto che la maggior parte delle persone, siano i proprietari degli immobili produttivi e abitativi, promuove l’imprenditorialità diffusa come sede privilegiata per l’applicazione dei principi di solidarietà e sussidiarietà, difende il diritto naturale come fondamento vincolante della legge positiva, tutela la protezione della vita dal concepimento alla morte naturale, ed i principi di libertà personale e pluralità delle opinioni, nel contesto di una cornice di valori giuridici ed ideali condivisi.

Dal punto di vista politico il Distributismo, spesso descritto come una terza via sia politica che economica, alternativa e contraria a Socialismo e Capitalismo, alla Partitocrazia ed al Sindacalismo, ma anche alle classiche liberaldemocrazie borghesi dell’800, peraltro contrapposto anche al tradizionale sindacalismo, dove sindacati sono organizzati allo scopo di promuovere gli interessi di classe, mentre nelle corporazioni classiche sono mescolati datori di lavoro e lavoratori dipendenti, teoricamente collaborando per il reciproco vantaggio, alla fine risulta essere, inequivocabilmente, più attinente al modello di rappresentanza piramidale e diretto proprio del Corporativismo, derivazione diretta sempre della Dottrina sociale della Chiesa, dove i rappresentanti sono conosciuti personalmente ed eletti direttamente dai produttori secondo una scala piramidale (Democrazia Organica), a parte del movimento cooperativistico o del mutualismo operaio degli azionisti mazziniani, infatti, per essa è stata molto influente anche la dottrina politica di Giuseppe Mazzini che sosteneva: “Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla.” (Giuseppe Mazzini, Doveri dell’uomo, capitolo XI).

E’ quindi un dato incontrovertibile che l’unica concreta realizzazione del sistema Distributista, sul piano politico, economico, sociale e statale, su larga scala, si è avuto esclusivamente con il Fascismo dove il Distributismo fu attuato come una versione del suo Corporativismo. Colui il quale concorse a traghettare il Distributismo al Fascismo fu il poeta statunitense Ezra Pound. Ma se vi sono molte analogie tra i due sistemi come la socializzazione delle imprese rimangono anche alcune differenze importanti, in quanto il Fascismo ammetteva e promuoveva le grandi imprese nazionali e l’interventismo di stato in economia e non concepiva il pluralismo delle opinioni politiche.

Comunque notevoli analogie e derivazioni avrà anche con la Teoria politica della Democrazia Organica, o Funzionale, modello di organizzazione politico-amministrativa cd. organicistica, che daranno sempre seguito alla diffusione delle ideologie nazionaliste e del fasciste nate per contrastare nettamente le derive partitocratiche e plutocratiche insite nelle democrazie liberali e parlamentari e la dittatura del proletariato marxista, richiamandosi ai due principi del comunitarismo e della sussidiarietà, cioè al benessere della Comunità nel suo insieme è considerato prioritario rispetto alle necessità individuali con la disposizione di un sistema decisionale diretto che parte dalle comunità interessate di base: famiglia, quartiere, comune, etc., e da organizzazioni di entità produttive quali le corporazioni sindacali ed economiche, soggetti collettivi basati su relazioni sociali primarie, a differenza di relazioni artificiali come quelle dei partiti politici o dei sindacati tradizionali. Nella Democrazia Organica non esistono elezioni generalizzate con candidati scelti e proposti dai partiti, come nella democrazia liberale, dove i partiti politici hanno la funzione di scegliere i candidati, ma qui addirittura i partiti sono considerati inutili, si presume che ogni elettore vota un proprio rappresentante conosciuto personalmente, il quale, a sua volta, in rappresentanza dei propri elettori, voterà un superiore rappresentante gerarchico, partendo dal più piccolo nucleo di base fino ad arrivare al massimo vertice dello Stato che organizzerà la strategia politica nazionale. In tal modo si ha una semplificazione dell’intero sistema rappresentativo, con numerose elezioni di piccola entità e numerose in termini di ciclicità, favorendo un ricambio ad ogni livello. Tale impostazione favorirebbe la meritocrazia dei rappresentanti politici scelti secondo continue valutazioni della base.

L’ambizione di base della Democrazia Organica è quella di eliminare i difetti tipici della democrazia liberale, le derive partitocratiche, la corruzione strutturale, l’immobilismo burocratico, fondandosi su un principio di associazionismo basale di natura corporativista, dove il modello storico più vicino è appunto l’organizzazione corporativa del tardo Medioevo.

In ultimo una latente traccia di Distributismo si può riscontrare anche nella Costituzione italiana sia nei principi fondamentali che nei rapporti economici nella promozione del cd. Azionariato popolare.

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