Se negli ultimi venti anni abbiamo assistito inermi al progressivo trasferimento delle produzioni manifatturiere nei paesi a basso costo della manodopera (Cina e Sud-Est asiatico), più di recente si osserva un’inedita inversione della rotta, per quanto ancora limitata: alcune aziende hanno riportato in Italia i propri impianti produttivi. Quali che siano le cause (costi di logistica, aumento del prezzo della manodopera, qualità delle manifatture italiane, rilancio del Made in Italy come produzione italiana al 100%, tempi e costi di trasporto), quello del cosiddetto back-shoring (o re-shoring che dir si voglia) è un fenomeno nuovo con evidenti ricadute positive sull’intero tessuto economico e sociale del Paese: non è certo necessario evidenziare come la riallocazione di produzioni industriali contribuisce in maniera determinante alla crescita del PIL e quindi, indirettamente, al miglioramento del rapporto deficit/PIL, che a sua volta si tradurrebbe in un allentamento dei vincoli europei. Un aumento del PIL equivarrebbe anche ad un aumento delle entrate tributarie con la possibilità, per il governo, di ridurre il carico fiscale su imprese e contribuenti o, in alternativa, di accrescere la spesa sociale. Più concretamente, la riallocazione delle fabbriche entro i confini nazionali avrebbe immediate ricadute positive sui tassi di occupazione, sia direttamente, sia indirettamente attraverso l’indotto generato dalle stesse. Da ultimo – ma non per importanza – va evidenziato come il re-shoring riguardi soprattutto linee di produzione di fascia alta, che necessitano di consistenti investimenti in innovazione e ricerca, settori nei quali l’Italia ancora non eccelle. Senza tralasciare altri aspetti meno tangibili e, forse, più volatili: il rientro delle produzioni riporta l’impresa a considerare le proprie radici identitarie nel territorio d’origine, richiamando ai suoi impegni di solidarietà sociale e di radicamento nella società esterna.

Si tratta, in ultima analisi, di un fenomeno assolutamente positivo che deve necessariamente essere gestito e incentivato, come avviene già in diverse economie occidentali (Stati Uniti, Regno Unito e Francia su tutte), ma non ancora in Italia. Mentre gli altri Paesi europei e occidentali additano i danni provocati dalla delocalizzazione delle filiere produttive e riscoprono la propria vocazione manifatturiera, l’Italia resta a guardare: se in alcuni casi le Regioni hanno autonomamente messo in atto buone iniziative (in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Abruzzo e Puglia), manca a tutt’oggi una cornice di coordinamento nazionale, che possa integrare le misure regionali, potenziandone i risultati.

È necessario, a tal fine, predisporre un soggetto pubblico unico che si ponga come mediatore tra le imprese che manifestano un interesse reale a far rientrare la produzione in Italia e le amministrazioni pubbliche, per semplificare e accelerare le procedure burocratiche e amministrative necessarie allo spostamento dell’attività. Per incentivare il re-shoring, ancora di più serve fornire certezze sul regime tributario applicato alle imprese e prevedere agevolazioni in materia finanziaria e di assunzioni: accordi preventivi in materia di tassazione (già previsti per gli investitori esteri), esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, credito d’imposta per le spese di formazione del personale dipendente, finanziamenti agevolati per investimenti in macchinari, impianti e attrezzature… Il tutto da finanziare tramite un apposito Fondo da istituire nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze.

Agevolare il rientro delle imprese che hanno portato la produzione all'estero attraverso sgravi e procedure semplificate che permettano il reimpianto in zone depresse del territorio.

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