Il patrimonio artistico e culturale italiano è diffuso capillarmente nel territorio, spesso in aree prive delle strutture e delle infrastrutture necessarie a garantirne la valorizzazione e l’ottimizzazione a fini turistici ed economici: una nuova fiscalità di vantaggio si rende necessaria per sostenere gli investimenti diretti tanto alla conservazione dei monumenti e delle opere d’arte, quanto ad incrementare la ricettività turistica.

Secondo statistiche mai provate e confermate, ma comunque molto diffuse dentro e fuori i confini nazionali, l’Italia avrebbe da sola il 40% del patrimonio artistico mondiale, concentrato soprattutto in Toscana e Umbria che, da sole, assommerebbero il 20% del patrimonio mondiale. Vere o false che siano queste stime, è un dato incontrovertibile che l’Italia occupi un posto d’eccezione nel panorama culturale mondiale. Non tanto e non soltanto un’eccezionalità quantitativa, ma, piuttosto, un’eccezionalità qualitativa: in nessun altro Paese come nel nostro, il patrimonio culturale è diffuso in maniera così capillare nel territorio, di modo che non esiste paese che non abbia da sfoggiare un piccolo gioiello archeologico, storico e/o artistico. Un patrimonio culturale vastissimo che è un insieme organico di opere, monumento, musei, case, paesaggi e città, strettamente legato al territorio che lo ha generato e che da questo patrimonio può generare ricchezza, tutelandolo e valorizzandolo.

Se valorizzare il patrimonio culturale significa in prima battuta diffonderne la conoscenza e la fruizione come valore identitario di un territorio e di una comunità, è altrettanto vero che esso può fare da volano allo sviluppo del territorio in cui è calato. La sua diffusione capillare, però, oltre a costituire il tratto distintivo del modello culturale italiano, costituisce anche un elemento di debolezza intrinseco: sarebbe infinita la lista di resti archeologici, architetture, monumenti e opere d’arte dimenticati e abbandonati, oppure – ed è il caso più frequente – posti in zone sottosviluppate, prive di collegamenti, infrastrutture e capacità ricettive. Un contesto che si traduce in un mancato sfruttamento di una potenziale fonte di ricchezza e strumento di rilancio di un territorio.

Per questi motivi le Regioni hanno il compito di definire intorno a queste eccellenze culturali non valorizzate zone franche turistiche per attrarre investimenti nei settori del turismo e della ricettività. In queste zone, per esempio, le strutture ricettive (alberghi, agriturismo, B&B, bar e ristoranti) dovrebbero essere esonerate dal pagamento dell’IMU e dovrebbero essere incentivate ad utilizzare una soglia minima di prodotti a chilometro zero. Inoltre andrebbe agevolato l’utilizzo di lavoratori provenienti dal territorio. Ovviamente, lo Stato dovrebbe prevedere un apposito fondo per compensare i mancati introiti degli enti territoriali e sostenerne le spese.

Allo stesso tempo, lo Stato dovrebbe garantire maggiori fondi a sostegno degli interventi di restauro e conservazione svolti dai privati sui beni culturali di loro proprietà. Oltre ad un immediato ed evidente miglioramento dello “stato di salute” del patrimonio culturale nazionale, aumenterebbe il numero delle attrazioni turistiche, dal momento che la normativa già prevede che i beni culturali privati restaurati con il contributo dello Stato debbano essere resi fruibili al pubblico secondo tempi e modalità da concordare fra le Soprintendenze e i privati proprietari.

Valorizzazione del turismo attraverso misure di defiscalizzazione e decontribuzione, per imprese e lavoratori del luogo, nelle zone a valenza turistica non sviluppate.

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